S. Michele Olio su cartone 1952
L'antica chiesa parrocchiale di S. Michele risalente alla fine del secolo XII non sorgeva sull'area dell'attuale chiesa che fu costruita intorno al 1537. La chiesa è di stile bramantesco, la facciata è stata aggiunta nel 1893 su disegno del borghigiano ingegner Giovanni Musini.
Attorno agli anni Sessanta la demolizione della casa canonica ha lasciato l'edificio cinquecentesco artificiosamente isolato e circondato da un giardinetto pubblico.

Il quartiere San Michele
Chiesa dei Gesuiti  (Fidenza)
Olio su compensato 50X60 1946

Nel dipinto, datato 1946, domina la vista della torre e del tamburo della chiesa della Gran Madre di Dio, parte del palazzo dell'ex Collegio dei Gesuiti.
In primo piano abbiamo, a sinistra, il muro di cinta ora interrotto da una costruzione posteriore  e, a destra, il vecchio consorzio agricolo che negli anni novanta ha lasciato il posto ad una costruzione adibita ad oratorio e servizi parrocchiali.
Il fondo alla via la chiesa di San Michele allora "protetta" dalla vecchia casa parrocchiale in seguito demolita. Il dipinto è arricchito da figure.
¬ Olio su compensato 55X50 1950
Olio su compensato 39X16 1947 ®


Terminata nel 1722 fu dedicata alla Beata Vergine delle Grazie dello Stirone e annessa al palazzo del Collegio dei Gesuiti. La chiesa fu chiusa per decreto napoleonico ed il collegio divenne una struttura di ricovero.
Adesso la chiesa, restituita al culto, è la chiesa della parrocchia di San Michele.
Nel dipinto a lato vediamo in primo piano a destra il palazzo del Gesuiti, a sinistra il muro di villa Alberti, poi abbattuto insieme alla villa per lasciar posto ad una struttura di servizi, al centro la facciata della chiesa dei Gesuiti e, subito dopo, la chiesa di San Michele ancora legata all'edificio della canonica.   Completa il quadro la lunga prospettiva di Via Berenini ripresa anche nel lavoro a destra
Il quartiere di San Michele corrisponde al nucleo centrale dello storico Borgo Novo, vale a dire della parte ad est della città di Fidenza che fu urbanizzata nel secolo XII per iniziativa della famiglia Pinchelini. La conformazione del quartiere ha come riferimento Via Berenini e le tre vie parallele di via dei Mille, vicolo Ghiozzi ed infine via Malpeli. Le tre vie portano verso la parte monumentale del quartiere con la chiesa di San Michele, il palazzo del Collegio Orsoline e la chiesa della "Gran Madre di Dio" annessa al collegio dei Gesuiti.

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CONTRADA MOZZA ora via GHIOZZI

Tipico borgo parallelo a via Berenini e via Cornini Malpeli conduce al giardinetto dietro alla chiesa di San Michele, appena più in là il fianco della chiesa dei Gesuiti. Nella parte iniziale la strada subì danni dai bombardamenti che hanno interessato la parte est di Fidenza.
Nel quadro del pittore Ettore Ponzi  il borgo è animato da figure segno di una vitalità che il borgo ha conservata intatta sino agli anni settanta.

IL QUADRO

Contrada 1947 Olio su tela riportata 40X40
Realizzato nel 1947 su tela ha il pregio di armonizzare il quotidiano della vita del borgo con l'imponenza della chiesa sul fondo.


 
Il quartiere di San Michele

Tratto da "La suggestiva cornice del suo rione" di Vittorio Chiapponi illustrato da Ettore Ponzi, saggio  contenuto nel volume "San Michele Arcangelo - Storia di un restauro" edito dalla Famiglia Fidentina e Italia Nostra nel 1983 in occasione del completamento del restauro dell'ex-chiesa parrocchiale.

UN PO' DI STORIA SPICCIOLA

Il rione di San Michele è indiscutibilmente sorto sulle rovine di un remoto insediamento romano, al nulla ridotto nel corso delle calate di orde barbariche. Ne fanno fede i copiosi ritrovamenti di monete e medaglie, consolari e imperiali, di alcuni simbolici e ben modellati bronzetti, di oggetti personali o domestici, frammisti ad innumerevoli cocci e rottami, dei quali si caricarono moltissimi carri. I rinvenimenti avvennero durante la costruzione di un ampio "aquidotto", tuttora in funzione, per scolare le acque di pioggia dalla "strada maestra a levante" (via Berenini). L'opera, iniziata nel 1840, venne ultimata quattro anni più tardi e delle cose di pregio maggiore venne tenuta diligente e scrupolosa nota. Non altrettanto si fece per la loro conservazione e custodia: il prezioso ed inestimabile patrimonio andò disperso nella sua quasi interezza.
Nel 1117 - a detta dello storiografo Pincolini - "il vicario imperiale Ubaldo Pincolini acquistò il quartiere di Borgo dalla piazza alla Bionda", un ruscelletto, che scorreva ad oriente dell'Oratorio di San Lazzaro, tramutato in fetida fogna dal "progredire" dei tempi. Così, dalla cronaca del Ferloni, si ricava che <<nel 1127 venne costrutta, da un Pinchelini, la strada ora di San Michele e, dal marchese Pallavicino, il resto del paese, distrutto 1'11 maggio 1108 dai parmigiani".
Nessun dubbio, quindi, sui "quarti di nobiltà" del popolare quartiere, le cui vicende sono intimamente legate a quelle dei Pinchelini, la famiglia principale del "Borgo nuovo", come altrimenti era indicata, temporibus illis, la località. Vi fu chi, si spera per burla, avanzò l'ipotesi che il dialettale appellativo di "Pinclén" rifilato dal popolino alla bili a che porta il numero uno nel gioco della tombola, derivasse da tanto illustre casato, senza però scartare la possibilità che fosse, assai più prosaicamente, riferibile al diminutivo di "pinco", che è tutt'altra cosa: un dilemma, che si lascia agli eruditi in materia.

UN PO' D'URBANISTICA

Dalle mappe più antiche ed attendibili e per inveterata consuetudine, il rione aveva come limiti i terragli di sopra (via Cornini Malpeli) e di sotto (via dei Mille), la porta di San Michele a ridosso del Collegio delle Orsoline e l'Ospedale Vecchio (cinema Corso), all'altezza dell'attuale via Ronchei, aperta verso via Berenini cinquantanni fa.
Parallelamente ai terragli, si sviluppavano la strada principale, detta, a piacere, Emilia, Romea, maestra di San Michele, oltre all'unico vero vicolo chiamato Borgo di San Michele, che dalla piazzetta laterale alla Chiesa parrocchiale, menava, più o meno diritto, alla piazza grande (piazza Garibaldi), attraverso l'ortogiardino dei Comini Malpeli, vicolo Santa Maria (via Bondi) ed il Borgo della Rocca (via Dal Verme). Il vicolo venne troncato, allorché si ampliò l'Ospedale Vecchio sul finire del Settecento, per cui venne popolarmente ribattezzato "Cuntrè mùssa" (contrada mozzata).
Il Plateretti, uno scrupoloso sanitario comunale del primo Ottocento, la definì "un miserabile borghetto".
Ben diversamente la pensarono i notai di quell'epoca, dai quali la contrada veniva indicata, in vari rogiti, col nobile termine di "Fidenziola".
I fabbricati sulla via maestra ostentavano un aspetto quasi decoroso e, per un paio di essi, decisamente signorile, come il palazzo "ad l'ebrei" (dell'ebreo), dei Sacerdoti e Ballabio, e quello "di Zuch" (degli Zucchi), tuttora ben conservato il primo ed atterrato il secondo, per far posto al solito condominio moderno.
Agli inizi del secolo rimonta invece una caratteristica casa in stile liberty, che fu proprietà degli Aimi.
I fabbricati avevano cortili o cortiletti interni e, nel retro, rustici stalle ed abitazioni per la servitù o "casanti". Verso sud i terragli, si avvantaggiavano della vista a perdita d'occhio di campi e di orti e della salubre aria delle prime colline. Assai più modeste le case dei terragli settentrionali: una fila di fabbricatelli, per lo più stretti ed alti, che si prolungavano posteriormente sino a "Cuntrè mùssa"; a volte, per il traverso, divisi. Spesso privi di spazi cortilizi erano abitati da diverse famiglie: ovviamente più apprezzata la parte verso i terragli, la più luminosa ed arieggiata.
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Alla fine di maggio, mese mariano per eccellenza, torniamo nella settecentesca chiesa-santuario della Gran Madre di Dio per ammirare un' antica tela dedicata al tema della Visitazione. Il soggetto, che nel corso dei secoli non ha subito grandi variazioni, è facilmente riconoscibile all'altare della seconda cappella di sinistra.
Nel finto cartiglio, dipinto sul plinto del pilastro, sono leggibili solo la data di esecuzione (1611) e alcune lettere abrase, dalle quali è tuttavia possibile risalire alla firma di uno dei più noti pittori del Seicento fidentino, Francesco Lucchi (1585?), già autore con il Malosso dell' Ultima Cena collocata nella Cattedrale.
L'artista ci offre una visione ravvicinata dell'episodio narrato nel vangelo di Luca per evidenziare il contrasto di età, tra la giovane Maria di Nazareth, "ancella del Signore", e la non più giovane cugina Elisabetta, madre del Battista e "simbolo degli aspettanti di Israele" (Messale Romano); ma è soprattutto nell'abbraccio affettuoso, nelle mani incrociate delle due future madri, che il pittore lascia trapelare il significato profondo di questo gioioso evento, che segna il primo incontro tra Cristo e il suo Precursore.
Al seguito della Vergine lo sposo Giuseppe, appoggiato al bastone di viaggio, e una graziosa servente, che reca un cesto di vimini con i panni per assistere al pano di Elisabetta. Tra le pieghe dei lini stanno accovacciati due vispi galletti, sicuramente destinati alla mensa di Zaccaria: un gesto di premurosa attenzione e di affetto, ma forse anche un timido suggerimento che i tempi si sono finalmente compiuti.
L'anziano sacerdote, diventato muto per non aver creduto all'angelo quando aveva annunciato la nascita di Giovanni Battista, si presenta sulla soglia di casa vestito con i paramenti sacri e manifesta con i gesti un reverenziale stupore nell'udire le parole di Elisabetta. La donna ispirata dallo Spirito Santo, riconosce la presenza di Dio fatto uomo nel seno di Maria: "Benedetta sei tu fra le donne e benedetto il frutto del mo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore". La Vergine ascolta e mantiene un'espressione assorta, mentre dalla sua bocca stanno per scaturire, in risposta al saluto di Elisabetta, le giubilanti espressioni di ringraziamento e di lode del Magnificat: "L'anima mia magnifica il Signore il mio spirito esulta in Dio mio salvatore...".
Giuseppe, come sempre, è tacito testimone degli eventi e la sua figura profetica è affiancata dalla giovane canefora che, con lo sguardo indirizzato all'esterno della scena sembra invitarci a partecipare alla sacra rappresentazione.
Ai lati dell'ingresso le colonne avvolte da racemi conferiscono alla casa di Zaccaria evidenti caratteristiche di decoro, come si conviene alla dimora di un alto esponente della casta sacerdotale; ma anche le pietre assumono un significato simbolico, per cui tale sfarzo architettonico potrebbe alludere all'elezione, al valore e perseveranza del "resto" di Israele, che ha saputo attendere e ora accoglie con esultanza la venuta del Salvatore. Sullo sfondo, a sinistra, uno scorcio di paesaggio montuoso coperto da lussureggiante vegetazione e punteggiato da torri e castelli lascia intravedere una piccola porzione di cielo per ricordare il lungo e faticoso viaggio verso la montagna, intrapreso con amorosa sollecitudine dalla Vergine, all'indomani dell'annuncio dell'arcangelo Gabriele. Non ha esitato infatti a mettersi in cammino per portare aiuto all'anziana parente, che tutti dicevano sterile e che, invece, è prossima a diventare madre. Ma in questo piccolo e arioso paesaggio, di gusto vagamente fiammigheggiante, ci sembra di avvertire anche l'eco del Cantico dei Cantici che la Chiesa applica alla Vergine in questa festa, un tempo celebrata il 2 luglio. In cammino verso Hebron, attraverso le mon tagne di Giuda, come si legge nell'antico messale romano, Maria s'intratteneva con il Figlio, il suo "diletto", che portava nel seno: "Ecco lo il mio diletto! Sale per i monti, saltella su per le colline,  come una gazzella, come un caprioletto”.
Nella compiaciuta impostazione didascalica e nella descrizione dei personaggi si avverte una riduzione a misura umana dei Vangeli che però nulla toglie all'evento, uno dei vertici della storia della salvezza. Anche la presenza di Giuseppe e Zaccaria, niente affatto scontata, tende a  conferire a questa Visitazione un'impronta quasi confidenziale,  forse con l'intento di stabilire un rapporto di partecipazione anche emotiva da parte del fedele. La tela del Lucchi, caratterizzata da una composta retorica di gesti, da una certa monumentalità  manieristica e da un acceso cromatismo di scuola cremonese, proviene dall'antica chiesa parrochiale di san Michele Arcangelo.  Il dipinto era esposto all'altare della Visitazione, retto dal l'omonima confraternita, soppressa nel 1778 dal vescovo Alesssandro Garimberti, insieme ad altri enti religiosi, per sostenere la realizzazione del primo ospedale di Borgo San Donnino. Come  l'attuale santuario settecentesco della Gran Madre di Dio, anche il vecchio tempio sconsacrato di san Michele era incentrato sul culto della Vergine Maria: una devozione antichissima, eccezionalmente documentata da un prezioso affresco trecentesco attribuito a Tommaso da Modena, già presente sulla facciata della primitiva chiesa, fondata nel 1181 dal nobile Storto Pinchelini sotto il titolo di san Michele Arcangelo e san Donnino Martire. Ed è in onore di questa miracolosa icona della Vergine che, nel corso del Cinquecento, fu eretto al posto della precedente chiesa romanica l'edificio rinascirnentale a croce greca che si affaccia sull' atttuale via Berenini.
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Il tema della Visitazione ricorre anche nel repertorio iconografico di un altro pittore fidentino, Giovanni Battista Tagliasacchi (1696-1737), figura di tutto rilievo nella storia della pittura del Settecento emiliano. L'opera, che risale al 1726, è conservata presso l'oratorio di san Giuseppe di Cortemaggiore, dove fa pendant con il "Riposo" durante la fuga in Egitto. Nello stesso tempietto tardo-barocco (rivestito di splendidi stucchi e restaurato di recente per iniziativa del parroco di Cortemaggiore, mons. Luigi Ghidoni) sempre il Tagliasacchi aveva dipinto nel 1722 le due grandi tele, raffiguranti Lo sposalizio di Maria e Giuseppe e il Transito di san Giuseppe.
In questa Visitazione si avverte la scioltezza di un linguaggio pittorico particolarmente attento -ad esprimere i moti dell'animo e i caratteri dei personaggi. Non è da escludere che per la tenerissima immagine della giovane Madre di Dio, che mostra i segni di una gravidanza avanzata, il pittore sia ricorso come modella, all'amata consorte Elisabetta Testa, madre dei suoi cinque figli. Allo stesso modo, per il volto scavato dagli anni della matura Elisabetta, egli potrebbe aver ripreso un'altra figura familiare: probabilmente la stessa madre, donna Livia Arcari Scarabelli. Identiche fisionomie compaiono infatti anche anche in altri quadri noti del pittore borghigiano. Nella tela di Cortemaggiore s. Elisabetta si accosta timidamente alla Vergine e sembra sussurrarle all'orecchio le parole rivelatrici del grande mistero dell 'Incarnazione: come un'anziana devota che recita una preghiera a fil di voce. Lo sguardo colmo di venerazione e soprattutto l'inchino di Elisabetta tendono a stabilire tra le due cugine una gerarchia spirituale e, al tempo stesso, prevenire le parole di Giovanni Battista: "Lui deve crescere, io diminuire".
Alla continuità tra l'Antico e il Nuovo Testamento rimanda simbolicamente anche l'intreccio delle mani, motivo quest'ultimo studiatissimo dal Tagliasacchi, che ci ha lasciato attente osservazioni dal vero nei disegni della raccolta Ortalli e di altre collezioni. Zaccaria appare sorpreso per la visita inaspettata e il suo profilo scorciato (con un richiamo al Parmigianino di Fontanellato) pare indicare uno stato di agitazione interiore e di movimento.
La casa del vecchio sacerdote è descritta come un'antica rovina, su cui s'inerpica l'edera e l'erba selvatica: forse un ricordo del recente soggiorno romano del pittore, ma più probabilmente una metafora architettonica che allude al compimento dei tempi messianici, cioè all'antico Israele che ha esaurito la sua missione e l'inizio della nuova era di Cristo. Sulla destra la figura di Giuseppe è arretrata nella zona d'ombra per sottolineare il modo discreto con cui il patriarca ha vegliato Maria e il suo Bambino fin dall'inizio del concepimento. La grandezza di san Giuseppe è segnalata inoltre dal bastone miracolosamente fiorito, tradizionale attributo biblico che esprime la volontà e il favore divino. Alle spalle del santo, che sorride allo sposo di Elisabetta, si muove l'immancabile zelante ancella con il cesto dei panni, portato sul capo con la tipica eleganza delle donne mediterranee. Intanto le prime luci dell'alba dissipano le ombre della notte e rischiarano le rovine della vecchia casa di Zaccaria, su cui verdeggiano le fronde di un albero.
Guglielmo Ponzi


L'opera del pittore, nato verso la fine del '500 è caratterizzata da un acceso cromatismo di scuola cremonese.
Visitazione, tela di Francesco Lucchi nella chiesa della Gran Madre di Dio
Foto di Ircano Cogato , quadro di Lucchi nelle chiesa di San Michele
 
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